Chiesa di San Francesco

Dalla contrada Porcini si entrava nella contrada Sant'Angelo attraverso un arco fatto a modo di porta "ove, ricorda il Leoncini, stava una catena simile a quelle che sono in "Piazza Grande".

La contrada prendeva il nome dalla chiesa di Sant'Angelo diventata poi di San Francesco, non solo perché era retta dai frati francescani ma anche perché ivi si venerava la Tavola di San Francesco, ora conservata nel Museo Diocesano di Arte Sacra.

Sant'Angelo si trovava nell'attuale chiesa di San Francesco. La cripta, venuta alla luce nel 1981, ci indica che la chiesa era di stile romanico, con qualche accenno gotico nel portale di ingresso che si trovava sulla parete di destra. La cripta fu riempita di materiale di riporto quando nel 1695 fu demolita la parte superiore della chiesa per costruirvi sopra l'attuale edificio barocco.

Le volte della cripta, con archi a crociera di tufo levigato e lavorato con straordinaria finezza, ci fanno rimpiangere l'antica chiesa demolita. Un'ultima trasformazione si ebbe agli inizi del secolo. XIX, quando vi si trasferì, la Compagnia della Misericordia, e sull'altare Maggiore, ricostruito nella forma attuale, al posto di San Francesco fu collocato il seicentesco quadro della Madonna della Misericordia.

Nella piazza di San Francesco vi era anche un'altra chiesa dedicata ai Santi Marciano e Maurizio già attestata fin dal 1238. La chiesa si trovava dove ora è il giardino di Palazzo Manni ed era retta da un Consiglio di Canonici. Nel 1441 venne affidata ai frati francescani del vicino convento, i quali nel 1554 la concessero alla Misericordia e da quell'epoca il popolo cominciò a chiamarla chiesa della Misericordia. Era a tre navate.

Nel 1816 era ancora in piedi; dell'antica chiesa è rimasto appena il muro di cinta dove, messi recentemente in bella mostra, si possono vedere ancora alcuni resti delle antiche colonne.

Appunti di Don Delfo Gioacchini

Notizie storiche
La presenza Francescana ad Orte ha radici che si riallacciano direttamente al Santo fondatore.
Dopo l'approvazione della regola, San Francesco tornò in Umbria per via fluviale. Si fermò nel nostro territorio (la barca di San Francesco) per 15 giorni; nella chiesa di San Nicolao, sopra Orte Scalo. Da li venne più volte ad Orte dove, come racconta San Bonaventura, guarì miracolosamente un bambino rattrappito Passò per altre due volte, per la nostra città, alloggiando nella chiesa di San Lorenzo, presso il ponte sul Tevere. Dopo la sua morte, i frati si insediarono dapprima in questa chiesa, poi si spostarono al di qua del Tevere in contrada San Teodoro, sotto la bastia, e da li, nel 1253 si stabilirono entro Orte, accanto alla chiesa di Sant'Angelo.

Verso la fine del sec XVII questa chiesa, del più puro stile romanico, cominciò a mostrare segni di cedimento e fu allora che i frati conventuali costruirono su di essa la chiesa attuale, modellandola secondo le strutture e le misure delle chiese francescane. A memoria storica posero sull'architrave della porta d'ingresso le lettere iniziali (R..P.M.F.A.V.F.F. 1695) di una iscrizione che ricordava il nome di chi l'aveva promossa e l'anno in cui era stata completata " Il Reverendo Padre Maestro Francesco Antonio Verennio la Fece Fare nel 1695". L'anno dopo sul portale di legno, in alto, a destra sta la data 1696.

I padri conventuali rimasero in Orte fino al 1810: poiché si erano rifiutati di giurare fedeltà a Napoleone furono trascinati in esilio e non tornarono più. Nel 1816, il Vescovo Lorenzo De Dominicis, con l'approvazione del Papa, assegnò il loro con vento al Seminario Vescovile e la chiesa di San Francesco alla Confraternita della Misericordia.

La chiesa continuò a chiamarsi; e si chiama tuttora, chiesa di San Francesco, anche quando nel 1878 la Confraternita rinnovò l'altare maggiore e fece dipingere nell'arco superiore l'immagine del Santo che riceve le stimmate, ma fece collocare nello specchio centrale la bellissima tavola della Madonna della Misericordia firmata e datata da/pittore fiammingo, tuttora sconosciuto nella storia dell'arte:
Ottavio Pratello - 1614.

Nel 1944 la chiesa fu cannoneggiata dai tedeschi in ritirata e venne n"arata due anni dopo per danni di guerra. Nel 1979, a seguito del terremoto della Valnerina, l'arcata centra/e, che immette nell'abside, si inclinò paurosamente. Durante i lavori di restauro, nel sistemare il pavimento rigonfiato, venne in luce la cripta dell'antica chiesa di Sant'Angelo, riempita di materiale di riporto. Per motivi non dipendenti dalla nostra volontà, i lavori di restauro, iniziati dapprima con i nostri mezzi; poi con il contributo del Provveditorato alle opere pubbliche per il Lazio, vennero fermati per ben due volte.

Nel 1992 la Regione Lazio ci assegnò un contributo di 90 milioni; su un progetto di restauro che ne prevedeva 130. I lavori affidati ad un impresa di Viterbo e diretti gratuitamente dall' ing. Claudio Cardarelli con la consulenza dell'Arch. Giovanni Fatica della soprintendenza dei beni ambientali e monumentali; e il contemporaneo restauro delle tele e della tavola dell'altare maggiore, voluto dalla Dr.ssa Anna Lo Bianco della soprintendenza dei beni artistici hanno ridato alla chiesa l'aspetto nobile e accogliente proprio dello stile francescano. Un contributo essenziale per il completamento del restauro è stato dato dal prezioso impegno dei tanti volontari.

La chiesa di San Francesco è stata così restituita agli ortani con lo splendore originario.

Sacellum hac D. Catharinae
ab antiqua famiglia de Paglia
Dicatum
Oh novam templi constructionem destructum
comes Franciscus Antonius I.V.D.
Protonotarius apostolicus
olim huius civitatis Vicarius Generalis
et Pomponius Frater de Paglia
ex linea Pomponii
Tanti Patrocinii totque beneficiorum
in hanc formam memores
redigi curaverunt
AD. MDCXCVIII


Il conte Francesco Antonio I.V.D.
Protonotario Apostolico, un tempo
Vicario Generale di questa città, e
il fratello Pomponio Paglia
discendente dal ramo di Pomponio
memori di un così grande patrocinio
e di così numerosi benefici
restituirono in questa nuova forma
questo altare dedicato dalla antica
famiglia Paglia a S. Caterina
già demolito per la nuova costruzione
della chiesa



Busto del Cardinale Ferdinando Nuzzi

Entrando dal solo portone d'ingresso troviamo sulla sinistra il monumento intitolato al Cardinale Nuzzi.

Ferdinando Nuzzi nacque a Orte il 10 settembre 1646, terzo di sei figli. Completò gli studi a Roma, da un collegio dei Gesuiti. Ricoprì nella Curia romana incarichi assai importanti. Nel 1702, come Prefetto dell'Annona, cioè del dipartimento di stato che aveva il compito di provvedere al vettovagliamento pubblico, propugnò con un celebre discorso rivolto al Papa Clemente XI la necessità di prosciugare le paludi pontine, per assicurare la scorta di grano per tutta la popolazione dello stato Pontificio, opera questa che fu poi realizzata oltre due secoli dopo.

Il 16 dicembre 1715 fu elevato alla porpora cardinalizia e assegnato come Vescovo alla diocesi di Orvieto. Veniva spesso a Orte per riposarsi e per seguire con amore e con contributi la costruzione della nuova cattedrale. Nel 1717, già malato, venne a Orte, nella sua villa alla Grazie, sperando che l'aria nativa gli facesse bene. Prima di tornare a Orvieto, il 17 novembre fece erigere a sue spese, per ornamento della città, davanti alla chiesa di San Silvestro (oggi museo diocesano) una colonna corinzia dell'antica cattedrale romanica. Da allora quel luogo prese il nome di Piazza Colonna.

Morì a Orvieto pochi giorni dopo il 30 novembre, all'età di 72 anni. Fu sepolto nel Duomo, nella cappella di Santo Brizio. Sulla sua tomba il nipote Innocenzo fece erigere, a perpetua memoria, un bellissimo monumento. Nel 1928, a seguito dei lavori di restauro che prevedevano per il Duomo il ritorno all'architettura primitiva, i canonici di Orvieto offrirono il monumento ai canonici della Cattedrale di Orte che, d'intesa col Vescovo Zaccherini, lo collocarono nel cortile del Palazzo Vescovile.

Oggi le Confraternite Riunite hanno voluto che il ricordo del Cardinale, benemerito della nostra città, venisse affidato per sempre, all'interno di questa chiesa, all'affetto e alla venerazione di tutta la comunità ortana.

Altare della Trinità e di S. Giuliano Ospedaliere

In alto, al centro, sta la S.S. Trinità, raffigurata con il Cristo Morto in grembo all 'Eterno Padre, che appare a 5. Giuliano in ginocchio, a destra, in basso vestito da soldato, con armatura antica e mantello, ai suoi piedi sono un 'aquila, la lancia e l'elmo.

L'opera è databile fra la fine del '600 e i primi anni del '700.

L 'autore è ignoto, ma mostra di conoscere la cultura figurativa romana seicentesca.

La figura del Santo in ginocchio riprende i moduli del linguaggio barocco. Notevoli gli sfondi paesaggistici dell'arbusto nella sinistra dell'ansa del fiume percorso da barche, forse in omaggio alla presenza del Tevere vicino a Orte, posto in lontananza.

L 'edicola, marmorizzata e dorata, presenta un architrave liscio, decorato a dentello, sostenuto da colonne di stile corinzio posto davanti a lesene, cioè a decorazioni a risalto, con capitelli corinzi.

In alto, al centro del coronamento, sta un ovale con dipinto raffigurante Santa Gemma Galgani in preghiera, ritratta a mezzo busto e volta verso sinistra. Vi fu posta per iniziativa del parroco della Cattedrale don Evaristo Canali, in sostituzione di una precedente tela distrutta dal cannoneggiamento del 1944.

Altare di S. Antonio da Padova

L 'altare in legno marmorizzato e dorato presenta due colonne con capitelli corinzi e lesene (cioè elementi decorativi) a sostegno di un architrave decorato a fogliami sormontati da un timpano spezzato e mistilineo (cioè con linee rette e curve).

Il dipinto su tela raffigura Sant'Antonio da Padova e il Bambino Gesù, eseguito su commissione della famiglia Fabarella. E' opera di piacevole qualità e di buona fattura, molto vicina ai modi del pittore Vincenzo Manenti di Orvino, nella zona di Rieti, non lontano quindi da Orte.

Il Manenti si formò a contatto con il classicismo del Domenichino e del Sacchi.

Il Santo è raffigurato con il Bambino preso in braccio, presso un inginocchiatoio su cui sono posti il libro delle Sacre Scritture e un giglio.

Nel lato sinistro figure di tre angeli e alcune teste di cherubini. Sullo sfondo, a destra, si intravede un arco.

Altare dell'Immacolata

Altare marmorizzato e dorato, con due colonne tortili o a racemi (cioè decorati con ramificazioni) con capitelli corinzi a lesene anch'esse corinzie. L 'architrave è anch'essa a racemi, il timpano è mistilineo (formato cioè di linee miste, rette e curve) spezzato al centro, nel quale figura un cherubino sovrapposto ad un festone.

Sull'altare è stata collocata in una nicchia la statua in gesso della Madonna Immacolata. Originariamente vi era venerata l'immagine della Madonna su tela che venne distrutta da una scheggia di cannone sparata dai tedeschi in ritirata nel giugno del 1944.




Sarcofago romano


Alla base dell'altare sta un piccolo sarcofago in marmo del sec. IV - V d. C. con raffigurazioni di putti di finissima fattura. Una iscrizione latina ci avverte che in esso sono raccolte le reliquie del Santo Martire Anaio (San ctus Anaius Martyr). Il sarcofago è chiuso da un coperchio in marmo di epoca successiva.

Altare del Crocefisso

La tela del Crocefisso con ai lati San Nicola da Bari affiancato da un fanciullo che sorregge un libro, e Sant'Ignazio di Loiola, presenta una evidente discontinuità qualitativa: esecuzioni piuttosto deboli nella pittura degli angeli e del fanciullo sotto la croce, doti di buona fattura nelle figure dei due Santi e in particolare di San Nicola, realizzata con sapiente panneggio e un colorismo deciso e profondo che mette in rilievo la solidità del corpo.

E' pressoché impossibile identificare l'artista cui venne affidata l'esecuzione del quadro. Nel variare della luce si avvertono vaghe influenze del pittore Giovan Battista Gaulli, detto il Baciccia (1639 - 1709); nella linea sinuosa di Gesù crocefisso, quelle di Ciro Ferri (1634 - 1689).

Sulla pagina del libro aperto, ai piedi della Croce sta scritto "Ad maiorem Dei gloriam"

Il battesimo di Costantino

L 'altare presenta un architrave mistilineo (formato cioè da segmenti di linea retta da archetti di circonferenza) sorretta da colonne corinzie e binate (cioè costituite da due elementi), dipinte con motivo simulante la venatura del marmo.

Sopra l'architrave è posta una cornice ovale decorata da volute con l'immagine di S. Benedetto.

Costantino in ginocchio davanti al Papa Silvestro riceve il Sacramento del Battesimo. In primo piano a sinistra, un sacerdote regge la Tiara del Pontefice, mentre a destra un fanciullo reca la corona e la spada dell'imperatore. Sullo sfondo, da una apertura nell'edificio sacro in cui si svolge la scena, si intravedono idoli in frammenti.

E' l'opera di cultura provinciale. Nella durezza dei tratti e nelle figure arcaiche che la contraddistinguono sembra essere stata dipinta da un pittore non italiano, molto probabilmente di formazione tedesco - fiammingo, collocabile nella seconda metà del sec. XVI o primi anni del sec. XVII.

Altare di S. Caterina d'Alessandria o della ruota

L 'altare, in marmo bianco e rosso, opera dell'architetto ortano Veramici nel 1724. L 'edicola in legno marmorizzato e dorato presenta due colonne corinzie, scannellate con lesene (cioè con elementi decorativi) corinzie.

Il timpano, curvo e spezzato contiene un medaglione recante simboli della corona e della palma.

Nel dipinto è raffigurata Santa Caterina d Alessandria con il viso rivolto al cielo, in atto di ricevere dagli angeli i simboli del martirio. Ai piedi della Santa si intravede la ruota spezzata, sulla sinistra i manigoldi che giacciono a terra, colpiti dai fulmini dell'ira Divina.

L 'opera si richiama a una cultura di ambito tardo - cortonese, in cui si avvertono gli echi della pittura di Giovan Francesco Romanelli (1620 - 1662) allievo di Piero da Cortona, che visse i suoi ultimi anni a Viterbo. Si alternano nell'autore elementi di qualità e di esecuzione accurata, particolarmente nella figura della Santa, dalle lunghe mani, rese con sapienza anatomica e degli angeli che la circondano in alto, uno, dai capelli al vento che scende in picchiata verso di Lei, gli altri, che si avvicinano con i segni della Santità.

Arco Trionfale

L 'arco a tutto sesto e i pilastri che lo sostengono sono decorati da rilievi fitomorfi (cioè di primo e secondo piano) con intrecci di nastri; intorno si apre un drappo tenuto da due angeli posti ai lati. Sulla chiave dell'arco è collocato uno stemma che viene sorretto da due angeli in volo e da due figure emergenti dalla decorazione plastica dell'intradosso (cioè dalla superficie interna della struttura e dell'arco).

Metà del doppio stemma reca gli elementi araldici della famiglia Borgia, l'altra metà presenta nella parte superiore un elemento architettonico merlato e nella zona inferiore tre gigli, appartenenti all'antica famiglia ortana Criccolini.

L 'altare maggiore

L 'altare presenta colonne e lesene (cioè elementi decorativi) scannellate, con capitelli corinzi che sorreggono un fregio ornato da festoni e teste di cherubini.

Sulla parte superiore, entro il timpano, è posta una lunetta con cornice, ovuli e riquadri ornati da rosette, coronato da uno stemma con l'iniziale di Maria, affiancato da due putti che lo reggono. La lunetta incassata nel timpano curvo dell'altare, raffigura San Francesco in atto di ricevere le stimmate dal Serafino apparso dal cielo. Sulla roccia cui è appoggiato, figura il libro aperto e, ai suoi piedi, il teschio. Sulla sinistra sta la croce. Il fondo è a finto mosaico, secondo l'uso del tempo.

Sopra 1 'altare è collocato il dipinto su tavola raffigurante la Madonna della Misericordia, che sorregge il Cristo, deposto dalla Croce, aiutata da Giuseppe d'Arimatea e circondata a destra dal discepolo Giovanni e da Maria Maddalena, inginocchiate in preghiera, con il volto rivolto verso il Signore. Il quadro riflette una pittura fiamminga. L 'opera è firmata "Otto Pratellus de Civitate Plevis anno 1614" (Otto Pratello di Città della Pieve nell'anno 1614), un nome fiammingo con latinizzazione della patria di adozione. Di questo pittore si conosce con certezza soltanto quest'opera.

L 'altare è marmorizzato e dorato, con due colonne tortili e racemi (cioè ornate di rami e fiori lungo l'asse principale) con capitelli corinzi, posti davanti a lesene (cioè a elementi decorativi) anch'esse corinzie.