LA "FRATERNITA"

Nell'anno 1275, al tempo di Gregorio X, fu eretta ufficialmente presso la Chiesa di San Giovanni in Fonte (il Battistero che esisteva sopra la fontana di piazza) una compagnia di uomini e donne sotto il titolo di Santa Maria dei Raccomandati, comunemente detta 1a "fraternita", e che poco dopo tanta importanza doveva assumere sia nel campo religioso che in quello civile specialmente per aver dato vita e sviluppo a varie benefiche istituzioni proiettatesi fin nei tempi moderni.

Abbiamo detto "ufficialmente" poiché pare che detta compagnia, come opina lo stesso Leoncini che dice pure essere stata visitata da San Tommaso d'Aquino e da San Bonaventura, già esistesse in precedenza.

Infatti l'anno avanti, nel 1274, il Priore di San Giovanni insieme ai quattro consiglieri e ai due coadiutori della compagnia, decisero di allargare il numero dei consiglieri stessi in modo che tutte le contrade cittadine fossero rappresentate onde meglio provvedere alle necessità della Compagnia medesima che già aveva progettata anche la istituzione d'un ospedale.

I 14 eletti a far parte del consiglio furono: Pietro di Giovanni Misci, Jabelluccio di Pietro Aldobrandino, Oddo di Gerardo di Pandulfo, Ranuccio di Bellocchio, Maestro Giovanni di Tommaso, Buzio di Roberto, Angelo di Pietro Ridolfi, Benincasa di Roberto, Carlo di Giovanni Donini, Pietro del Pietro del Priore (della contrada San Biagio) Matteo di Giovanni Attanini, il Rev. Andrea Rainaldo prete di Sant'Andrea, maestro Leonardo Scotti e Biagio di Gregorio, con a capo il priore di San Giovanni, Nicolao.

Gli iscritti, uomini e donne, erano tenuti a pagare ogni anno una quota di 12 danari da versarsi: 4 in occasione del Natale, 4 per la Pasqua e 4 per 1a festività dell'Assunta nonché ad assistere alle Messe fatte celebrare appositamente dalla Compagnia e durante le quali dovevano pure versare l'elemosina stabilita (la Messa del povero). Con tali elemosine si provvedeva alla distribuzione del pane ai poveri, al seppellimento dei morti, alle Messe in loro suffragio ed all'assistenza dei malati. Gli iscritti, poi, che cadevano malati, dovevano notificare la loro infermità al Priore entro otto giorni, così dovevano essere denunciate le morti.

Nella prima domenica del mese aveva luogo una speciale cerimonia: si portava lo "Stendardo" della compagnia processionalrnente in Cattedrale ed ivi si celebrava una solenne funzione. Tutti erano obbligati ad intervenire e versare la solita elemosina come pure tutti i confratri dovevano portare pubblicamente "la Croce" (forse un distintivo che si portava al petto).

Era vietato agli iscritti favorire sette di ribelli o persone che comunque potevano turbare quiete e l'ordine cittadino. Allorché avvenivano risse o questioni tra il popolo, i confratri dovevano accompagnare nella piazza del Comune il vessillo della Croce e della Vergine SS. Insieme al Priore, al Vescovo o al suo vicario al Guardiano dei francescani e svolgere tutta la loro opera al fine di ristabilire la pace concordia senza alcun favoritismo per una o per l'altra in contesa, ma soltanto contribuendo con ogni mezzo al bene e alla tranquillità cittadina, per l'amore di Dio.

Più tardi la Fraternità darà vita e sviluppo al suo proprio ospedale ed inizierà una nuova benefica opera: quella della dotazione delle zitelle povere che andavano a marito, opera è continuata fino ai nostri tempi.

Per far menzione d'una antica casata ortana tuttora esistente, notiamo che nel 1417 fu maritata una zitella povera dal rettore della Fraternità Giovanni di Bartolomeo Vecchierelli.

tratto da "SPICOLATURE ORTANE" di Alessandro Camilli 1962


L'OSPEDALE DI SANTA CROCE

Nessuna notizia si ha sulle origini dell'Ospedale di Santa Croce: evidentemente esse si confondono in un tempo remoto che, purtroppo, non ha lasciato memorie. Lo stesso Leoncini che ha posto tanta diligenza nella ricerca dei documenti e notizie sui vari ospedali sparsi nel territorio, ben poco riferisce sull'antico Ospedale di Santa Croce esistente nell'interno della città. Anzi, come suo sistema di annotar notizie alla rinfusa, saltando spesso nella sua indagine, come suol dirsi, di palo in frasca, ha creato un vero labirinto nè riferimenti intorno all'esistenza dei tanti ospedali da non permetterne; ai fini d'una ricostruzione storica, alcuna sicura e chiara identificazione. E tale disordinata esposizione ha dato luogo, talvolta, ad errati pareri proprio sulle notizie riguardanti gli ospedali o ad interpretazioni del tutto arbitrarie.

Nel 1893, ad esempio, fu avanzata una proposta al Consiglio Comunale da parte della Congregazione di Carità che pretendeva l'accentramento a sé dell'Ospedale di Santa Croce coi stando alla omonima Compagnia il diritto amministrarlo in quanto, affermava, solo nel 1600 la Compagnia sarebbe subentrata nell'amministrazione dell'Ospedale stesso. Ed a sostegno di ciò allegava nientemeno le notizie leonciniane in proposito.

L'allora rettore di Santa Croce, Dottor Pietro Scarelli, giustamente protestando contro tal proposta animata, del resto, dal settarismo anticlericale imperante in quel. tempo faceva osservare che nessun valore probatorio potevano avere gli iscritti del Leoncini il quale, oltre tutto, trovò ospedali in ogni angolo l'agro ortano e nessuno in città, confonde spesso, con i veri e propri ospedali, gli ospizi dove i claustrali erano usi accogliere i forestieri ed i pellegrini. E non aveva torto. L'osservazione era appunto fondata sul lamentato affazzonamento del notiziario riportato dal nostro storico.

Tuttavia, sarebbe bastato addentrarsi un pò tra gli anfratti dell'opera leonciniana per scovare la perla nascosta: gli elementi, cioè, bastanti per ricostruire tutta una storia e controbattere agevolmente gli avversari con le stesse armi da essi incautamente scelte.

E' vero: nulla dice il Leoncini dell'origine dell'Ospedale di Santa Croce perché forse mancavano, anche ai suoi tempi, notizie precise e documentate in proposito; dice però, scrivendo ampiamente degli ospedali rurali, che quello esistente in contrada Caselli, governato dai frati francescani, nel 1297, al tempo di Bonifacio VIII, era unito all'Ospedale di Santa Croce di Orte. Dice inoltre che nel 1338 un ospedale sorgeva presso il Rio Mincio (vicino all'attuale ponte di San Bernardino), che era detto "l'ospedaletto" e che ne aveva cura la Compagnia dei disciplinati di Sant'Agostino (cioè la compagnia di Santa Croce, chiamata pure della "disciplina" o "della frusta" e che aveva sede, come sempre fino ad oggi, nella Chiesa di Sant'Agostino); che nel 1362 messer Bartolomeo di Jaco di Puccio di Joanni fece testamento a favore dei due ospedali di Santa Croce e dei Raccomandati dei suoi beni comprendenti il castello denominato poi la "Torre di Cristo" dato che la Compagnia di Santa Croce era detta anche, volgarmente, la Compagnia di Cristo, e che i rettori dei due ospedali, in seguito a tale donazione, concessero in affitto quelle possessioni ad Andrea e Jaco Civitani e Joanni di Bastiano di Orte

Dice ancora che nello stesso anno 1362, allorché Pietro Lello di Nardo Jacobuzio lasciò la sua casa in contrada San Sebastiano per farvi in essa l'Ospedale dei Raccomandati, pose una condizione: se l'ospedale non sarà fatto nello spazio di tre anni dal priore e capitolo di Sant'Antonio di Vienne "lo facci l'ospedale della disciplina" (cioè a dire l'ospedale della compagnia di Santa Croce); che nel 1391 le suore terz'ordine francescano avevano cura dell'ospedale della compagnia di Santa Croce.

E ci pare che tutto ciò basti, anche per i tenerci nei limiti di tempo delle nostre spigolature.

Fu certamente l'ospedale di Santa Croce istituito ad opera della compagnia omonima nel secolo XII allorché tali associazioni, affermatesi in principio con scopi di penitenza, si indirizzarono poi alla pubblica beneficienza come le Misericordie di Toscana, le compagnie di carità in Francia ecc.

E fu l'ospedale di Santa Croce, dopo l'unione di esso degli altri ospedali ed ospizi esistenti, che assommò nel 1868 tutte le diverse finalità dell'assistenza cittadina e di cui si volle in seguito, sotto la nuova denominazione "Ospedali Uniti" togliere il sacro e glorioso titolo per cancellare il ricordo d'una antica fondazione eminentemente religiosa, onde far rare dal popolo che quella istituzione sorse per ispirazione del cristianesimo.

L'OSPEDALE DEI RACCOMANDATI

La "Fraternita", che da circa un secolo aveva iniziata e continuava a svolgere con grandi benefici effetti la sua molteplice opera di carità e socialità, aveva dovuto sempre rimandare la progettata istituzione di un proprio ospedale per mancanza dei mezzi sufficienti al suo mantenimento. Aumentato man mano il patrimonio in seguito a varie donazioni, l'occasione giunse propizia per affrettare la tanto attesa esecuzione dell'opera.

Nel 1362 Pietro Lello di Nando di Jacobuizio fece erede la Compagnia dei Raccomandati della sua casa in Contrada San Sebastiano con l'obbligo appunto di erigervi l'ospedale.

Detta casa comprendeva gran parte del fabbricato dove attualmente sorge l'Ospedale civile e più precisamente i locali adibiti a Ricovero Vecchi, ed aveva accesso dal Poggio.

L'Ospedale della Fraternita fu così. un fatto compiuto ed il vescovo Pietro, certamente, deve averne celebrato il battesimo.

Altri lasciti andarono ad aumentare le rendite dell'Ospedale (tra cui le possessioni di Ser Jaco di Puccio di Joanni che proprio nel 1362 fece testamento a favore dei due ospedali di Santa Croce e della Fraternita e comprendenti il castello denominato poi "Torre di Cristo") sì che detto ospedale, aiutato e sorretto dalla generale ammirazione dei cittadini e dalle paterne cure dei vescovi poté esplicare la sua benefica opera a pro degli infermi indigenti per circa tre secoli, fino cioè a qualche decennio del 1600, epoca in cui fu unito, per decreto del vescovo Fabrani, a quello principale di Santa Croce.

Dal libro "LE CONFRATERNITE NELLA COMUNITA' ORTANA TRA IMPEGNO CIVILE E VITA RELIGIOSA"
edizione 1992


Nella copia di una pergamena rinvenuta e ritrascritta dallo storico ortano Giocondo Pasquinangeli è riportato l'atto di vendita fatto dal cittadino ortano Benincasa a prete Nicolao, priore della Confraternita, di una casa posta in contrada San Sebastiano.

L'opera fu portata a compimento nel 1362, quando Pietro Lello di Nardo di Iacobuzio lascia per testamento alla Confraternita " che si facci l'ospedale in casa sua in Orte nella contrada di San Sebastiano."

Dalla casa acquistata dal Benincasa e da quella lasciata da Pietro Lello di Nardo, l'una accanto all'altra, dove ora è il laboratorio d'analisi, l'ex taverna di San Sebastiano e le cantine dell'ospedale con il pozzo, nel 1380 furono ricavati con opportuni adattamenti e messi in grado di funzionare, la chiesa e l'ospedale con la sala delle riunioni della Confraternita dei raccomandati.

Il consiglio d'amministrazione dell'ospedale, diverso dal consiglio della Confraternita, cui rimanevano i compiti assistenziali nei diversi settori sociali, veniva eletto ogni anno con una cerimonia solenne e significativa. Il giorno di Natale, dopo i vespri, si riunivano nella chiesa dei raccomandati, dinanzi al Vescovo, in rappresentanza degli iscritti 100 uomini, i quali sceglievano 10 confratelli per l'anno prossimo alla cura di detto ospedale.

Fu di comune accordo stabilito che l'ospedale già esistente, creato oltre 2 secoli prima dalla confraternita di Santa Croce, venisse riservato agli uomini, mentre quello dei raccomandati alle sole donne.

Nel 1617 il Vescovo Fabrani riunì questi due ospedali in un unica struttura alla quale, su lascito del cittadino ortano Simone Alonio, nel 1667 la Confraternita della Trinità aggiunse l'ospedale dei convalescenti ancora visibile accanto all'attuale farmacia comunale.

Qualche anno dopo fu aggregato ad esso l'ospedale dei pellegrini e degli appestati sito nell'area accanto all'antica chiesa della Trinità, oggi palazzo Crocoli Carboni, alla fine di via Matteotti.

L'insieme di tutti questi ospedali, promossi e mantenuti con i beni delle Confraternite, furono chiamati fino a qualche anno fa, Ospedali Uniti di Orte.

Dal libro ORTE, LE CONTRADE E I BORGHI ATTRAVERSO LA "FABBRICA ORTANA" di Don Delfo Gioacchini
ed. 2001 tip. Alberico Menna. Orte


Parte del capitolo "LA CONTRADA OLIVOLA"

L'Ospedale appare già esistente nella bolla di Adriano IV, diretta a Leone, priore di San Silvestro, il 17 febbraio 1159, ed è confermato alcuni anni dopo, nel 1174, dal successore Alessandro III .

Tra i privilegi che il papa conferma alla cattedrale di Santa Maria è compreso "l'Ospedale e la chiesa di San Leonardo con tutte le sue pertinenze".

Ora, poiché è certo che l'Ospedale di San Leonardo era di pertinenza della compagnia di Santa Croce, non v'ha dubbio che, a quell'epoca, la confraternita aveva realizzato, a servizio della comunità, quello che invano era stato prima programmato: un servizio sociale per gli ammalati poveri e i pellegrini che in quel tempo venivano per lo più abbandonati e lasciati morire senza alcuna assistenza.

La confraternita di Santa Croce, dunque, nel 1159 era già fiorente e va ricollegata con quel vasto movimento popolare che nei sec. XI - XII determinò in Italia il superamento del periodo feudale e l'inizio dell'età comunale. La sua presenza costituisce anche la prova della vigorosità spirituale della nostra città, così pronta ad accogliere e assecondare quanto di nuovo fermentava in Italia.

Quando e come la Confraternita o compagnia di Santa Croce abbia avuto origine, non sappiamo con precisione. Neppure il Leoncini era riuscito ad accertarlo: egli si limita a dire che è tra le più antiche "che siano in Orte", che "porta i sacchi bianchi con lo stendardo (un crocifisso) et il venerdì Santo, a sera, fanno una pietosa et bella processione per tutta la città, ove concorrono tutte le altre compagnie et si porta un Cristo su una bara che dà devozione al popolo tutto che vi concorre".

Proprio per questa duplice caratteristica, religiosa e sociale insieme, la Confraternita divenne il centro propulsore della vita cittadina, arricchita di lasciti e donazioni che le permettevano di muoversi in ogni campo con una certa agilità.

A questa possibilità e, al tempo stesso, alla coscienza dei propri doveri, cristiani e sociali, si deve anche l'altro ospedale fondato verso il primo ventennio del sec. XIII in contrada Caselli, all'approdo della barca di San Francesco, luogo di transito affidato alle cure dei frati francescani.

Quando poi l'ospedale della contrada Caselli fu chiuso, i frati furono incaricati dalla Compagnia di reggere l'ospedale di San Leonardo, presso il "Rivo ove si dice la Para, sotto il SS. Crocifisso", cioè sulla riva sinistra dell'Acqua matta, dove ancor oggi l'ospedale, cui erano stati devoluti i beni della confraternita, possedeva un pezzo di terra coltivato a orto.

Nel 1338 ai frati francescani erano succeduti gli agostiniani; l'ospedale era chiamato "l'ospedaletto".

Nel 1361, l'ospedale venne di nuovo affidato ai francescani. Da lì l'ospedale fu trasferito, per breve tempo, presso la chiesa di Sant'Angelo (San Francesco), e il fabbricato presso Rivo Sasseta fu trasformato nella chiesa del Crocifisso, che rimase aperta al culto fino alla fine del secolo scorso.

Da Sant'Angelo, infine, l'ospedale venne trasportato accanto alla sacrestia di Santa Croce, che era allora la sala consigliare della compagnia, e l'assistenza passò di nuovo agli agostiniani del vicino convento.

Nei sec. XIV - XV la Compagnia costituiva ormai una poderosa forza economica e sociale.

I documenti notarili attestanti vendita di terreni, passaggi di proprietà, contratti nuziali ecc. sono assai numerosi. Il più antico risale al 1272, ma è già di un'epoca nella quale Santa Croce era assai sviluppata.

Scrive il Leoncini: "L'entrate di detto hospedale sonno grandi et ha buone pezze di terra sì in Orte, sì anco in Bassano". Anzi, al principio del sec. XV, 28 giugno 1411, la compagnia di Santa Croce insieme con la Confraternita dei Raccomandati, aprì a Bassano, come risulta da un atto notarile citato dal Leoncini, l'Ospedale di Santa Lucia, che nel 1482 era ancora in funzione.

Alla fine del ‘500, le due compagnie, dei Raccomandati e di Santa Croce, messe insieme possedevano 57 poderi, taluni assai vasti; nei registri contabili venivano registrati con l'indicazione dei confini, dei redditi e dalla designazione originaria, spesso con la formula "è di antica possidenza ed è ignota la provenienza". La maggior parte erano concessi in affitto.

Il Leoncini cita come esempio "il podere che se dice la Torre di Christo", lasciato all'Ospedale da Bartolomeo e Iaco di Puccio di Joanni: "era costituito da possessioni, selve, colli" , che dalle Piane di Bagnolo si stendevano sul versante est fino al castello di Baucca. Nel 1462 era stato dato in affitto per nove anni ad Andrea di Jaco e Joanni de Bastiano "con risposta di tre rubbia e mezzo di grano all'anno".

Nel 1474 l'affitto dato a Pietro Ricci per 29 anni era di cinque some di grano all'anno.

Nel 1603 fu concesso per la durata di 9 anni a Giuseppe Coppolino con un canone annuo di 9 some di grano. Come si vede, in un arco di tempo di circa 150 anni, le condizioni di affittanza non erano gran ché mutate.

Dai registri del sec. XVII risulta che le entrate annue delle confraternite assommavano complessivamente a circa 450 scudi. Era, dunque, chiaro che se le forze delle due confraternite fossero state messe insieme, gli Ospedali ne avrebbero guadagnato in efficienza e in organizzazione. Fu così che alla fine del ‘500 il vescovo Andrea Longo pose il problema della riunificazione che il vescovo successivo Ippolito Fabbrani attuò con un decreto in data 17 marzo 1617.

Il nuovo complesso, costituito dall'unione dei due ospedali, era mantenuto dall'apporto, alla pari, delle due confraternite, e diretto da un consiglio presieduto dal Vescovo e formato dagli ufficiali delle due Compagnie. In omaggio alla maggiore dignità della più antica di esse, l'ospedale assunse il nome di Santa Croce, e lo conservò fino all'inizio del sec. XX, quando per l'accanimento di un commissario prefettizio di estrazione massonica fu imposto il nome di "Ospedali uniti".

In questo modo si riuscì a cancellare l'antico glorioso nome originario, ma non a far dimenticare il fatto che gli Ospedali erano "uniti" perché risultavano dalla fusione, voluta da un Vescovo, di due opere sociali, fondate dalle due confraternite più importanti della città, Santa Croce e Raccomandati della Madonna.

Nel 1667 il cittadino ortano Simon Alonio volle che venisse fondato l'ospedale dei convalescenti. Intese, così, di venire incontro alle difficoltà di continuare le cure necessarie per i poveri che erano stati dimessi dall'ospedale di Santa Croce.

A questo fine, nominò suo erede universale la confraternita della Trinità (i sacchi rossi) con l'obbligo di instituire l'ospedale nella sua casa (che si affacciava con una deliziosa loggetta sulla Piazza di Sant'Agostino, accanto alla chiesa di Santa Croce), e di mantenerlo con i redditi dei suoi beni.

Un'altra confraternita, dunque, per volontà di un cittadino, veniva incaricata di attuare un'altra opera sociale a servizio di tutti i cittadini.

Oggi è facile, per certuni, ironizzare sulle confraternite: costoro provino, però, a pensare quale sarebbe stata la vita della nostra città senza di esse, sia sul piano sociale che sul piano artistico e su quello delle tradizioni popolari, che contribuiscono ancora a rendere così viva e così ricca di valori spirituali la nostra comunità.

Nel 1867, su suggerimento del vescovo Mengacci, anche la compagnia della Trinità chiese che il proprio ospedale venisse "unito" a quello di Santa Croce. I nuovi beni e il nuovo complesso permisero così di dar vita, nei locali che già erano stati la sede della confraternita dei raccomandati, ad un convalescenziario che, poi, si tramutò, con l'apporto decisivo di Annunziata Banchettini, in una casa di ricovero per vecchi indigenti di Orte.

Diretta emanazione dell'Ospedale di Santa Croce fu invece, ai primi anni del sec. XVII, il terzo ospedale della zona di Sant'Agostino, che però, a rigor di termini, rientrava allora nella contrada San Biagio: l'ospedale dei Pellegrini ("Hospitale pellegrinorum").

L'istituzione si ricollegava al concetto che aveva determinato la fondazione dell'Ospedale di Santa Croce in contrada Caselli.

Poiché l'Ospedale di Santa Croce era riservato ai cittadini Ortani, il problema delle persone che si ammalavano in città (e la malattia allora più frequente era la peste, per cui l'ospedale dei pellegrini era anche sinonimo di ospedale degli appestati), in occasione di fiere o di feste o di semplice passaggio, venne risolto dalla Confraternita di Santa Croce con questa istituzione, riservata, appunto, ai forestieri.

Gli ammalati venivano curati con gli stessi criteri con cui venivano curati i cittadini ortani dell'ospedale di Santa Croce e, quando venivano dimessi, ricevevano un sussidio di sei baiocchi per le necessità più urgenti nel viaggio di ritorno.

Nel 1940 il piccolo ospedale, già mutato in abitazione, venne demolito e, dallo spazio ricavato, derivò lo slargo irregolare sulla destra di chi esce dalla città, alla fine di Via Matteotti.

Alla fine del ‘600, quattro erano, dunque, gli Ospedali che funzionavano nella città: quello di Santa Croce riservato agli uomini, quello dei Raccomandati riservato alle donne, quello dei Convalescenti e, infine, quello dei Pellegrini.

A questo punto è legittima una curiosità: i "fisici" e i "magistri", come allora si chiamavano i medici, che genere di medicina applicavano per far riacquistare la buona salute? In altri termini, come venivano curati gli ammalati?

Chi pensasse agli Ospedali di allora avendo in mente quelli di oggi, sbaglierebbe di grosso.

La medicina era allora fatta di rimedi empirici, di espedienti ingegnosi, di misture talvolta singolari. Che effetto essi facessero, non siamo in grado di indicare, ma possiamo ben immaginarlo. Il fatto è, però, che il Leoncini indugia per ben cinque fogli nel riportare "i rimedi" che spesso egli giudica "soprani", per vincere la difficoltà di orinare, per far uscire "la renella", per curare il dolore dei reni, per "far uscir li vermi dal corpo", per riattivare la vista debole, per rimuovere "una macchia dall'occhio", per far sparire la febbre, per sterminare le cimici, per colorare i capelli, per pulire i denti, per "far bella la carne", per guarire "il mal di stomaco", per rafforzare e per mantenere il vino, per cancellare le macchie d'olio, e così via.

Poiché le indicazioni da seguire vengono riferite in forma sentenziosa e, spesso, lapidaria, siamo tentati di credere che egli si sia limitato a riferire le formule colte dalla bocca stessa dei medici, i quali, stando alla commedia del Machiavelli "La mandragola" o al "Malato immaginario" del Moliére, vestiti di palandrana nera e con il lucco in testa, si preoccupavano piuttosto di apparir bravi, sentenziando con serietà, in latino, ricette sulle cose da fare e sui rimedi da prendere, che oggi farebbero inorridire qualunque cerusico. Non per nulla il popolo li chiamava "sputasentenze".