La Contrada San Giovenale

Prende il nome dal vescovo di Narni assai venerato anche nella nostra città.

Secondo il "Liber Pontificalis Belisario" liberata a fatica la città dai Goti, Orte fece edificare in suo onore una chiesa e un convento. La chiesa fu demolita alla fine del '504 e sull'area rimasta libera fu costruita la chiesa di Sant'Antonio Abate, accanto al Monastero delle Monache Benedettine, oggi trasferito sul colle delle Grazie.

Dalla contrada si usciva nel borgo sottostante attraverso la Porta di Santo Cesareo.

Fa parte della contrada anche il palazzo comunale. Il profferto, per il quale si accedeva all'antica porta d'ingresso dalla piazza, fu demolito nell'800. Sulla facciata fanno ancora bella mostra di sé tre stemmi: quello del comune, sormontato dalle chiavi pontifice, premio per la fedeltà dimostrata nei secoli dalla comunità orfana alla Santa Chiesa Romana; quello di Clemente VII, di casa Medici, venuto ad Orte nel 1528 a ringraziare la città per la fedeltà dimostrata al passaggio dei Lanzichenecchi; quello di Paolo III Farnese che era venuto ad Orte per ben due volte nel 1535 e nel 1541, ospite dei frati di San Bernardino.

Della contrada San Giovenale sono inoltre da ricordare l'abitazione del poeta tragico Antonio Deci in via del Plebiscito; la casa con torre, all'inizio di via Duca di Genova, di Ulisse Roscio; il Palazzo Roberteschi. A quest'ultima nobile famiglia orfana apparteneva il Vescovo Nicola, che nel 1352 fu suffraganeo del Cardinale Albornoz in Sabina e suo commissario, con l'incarico di operare con risolutezza nei confronti dei Prefetti di Vico. Suo fratello Roberto, uomo d'armi, costruì il palazzo, sul quale un discendente, Geronimo, tra il '400 e il '500 lasciò il proprio nome.

La famiglia si estinse nel secolo XVII, il palazzo oggi splendidamente restaurato, è sede dell'Ente Ottava Medievale.

Lo stemma della contrada è della famiglia Roberteschi. I colori araldici sono il rosso ed il nero.